VILLA SAN MARCO

Storia

Villa San Marco è una villa residenziale romana che prende il nome da una cappella dedicata a San Marco, costruita nel XVII secolo proprio nella zona della villa, ormai scomparsa. Villa San Marco ha un'estensione di circa 11.000 m2, di cui 6.000 riportati alla luce, con i lavori di scavo che procedono ancora oggi, e può vantare il primato di essere la più grande villa d'otium dell'antica Campania. Dopo l'eruzione del Vesuvio del 79, la villa fu esplorata per la prima volta daiBorbone nel periodo compreso tra il 1749 e il 1782 e, in seguito, da Libero D'Orsi tra il 1950 e il 1962: la costruzione risultò, sin dalla sua scoperta, in un ottimo stato di conservazione grazie allo spesso strato, di circa 5 metri, di cenere e lapilli che l'avevano protetta dall'incuria del tempo.

Villa San Marco è stata costruita durante l'età augustea, ed è stata notevolmente ampliata con l'aggiunta di ambienti panoramici, il giardino e la piscina durante l'età claudia: nonostante non si conosca esattamente il nome del proprietario, sono state fatte diverse supposizioni che hanno portato a pensare che potesse appartenere o a un certo Narcissus, un liberto, sulla base di alcuni bolli ritrovati su delle tegole, oppure alla famiglia dei Virtii, i quali avevo dei sepolcri poco distanti dalla costruzione.

Struttura

L'ingresso della villa è posto a circa 5 metri di profondità : questo è caratterizzato da un piccolo portico con delle panche in pietra utilizzate dalle persone in attesa di essere ricevute dal proprietario. Superato l'ingresso si entra nell'atrium affrescato con zoccolatura in nero e zona mediana in rosso con raffigurazioni di centauri e pelli di pantere; al centro è collocato un impluvium, mentre lungo le pareti laterali si aprono tre cubicula, con una piccola scala che conduceva al piano superiore, crollato a seguito dell'eruzione. Sulla parete est è posto il larario, adornato con degli affreschi che riproducono marmi preziosi: questa tecnica era utilizzata soprattutto durante l'età dei Flavi per evitare di acquistare a prezzi più elevati dei marmi veri. Sempre nell'atrio ci sono i basamenti per una cassaforte andata perduta che, oltre alla tradizionale funzione, aveva anche il compito di mostrare a tutti la ricchezza della famiglia.

Sulla destra dell'atrio vi è l'accesso al tablinio, recentemente rinvenuto, da cui parte un breve corridoio, in cocciopesto, che conduce a un cortile porticato dove è situato l'ingresso dalla strada alla villa: la porta d'accesso al cortile era in legno e al momento dello scavo è stato possibile eseguirne un calco. Nei pressi di questi ambienti sono stati recuperati una statua in bronzo di Mercurio, un corvo a grandezza naturale per fontana e un candelabro bronzeo. Il tablinio ha una decorazione in IV stile, con zoccolo rosso e scomparti con ghirlande e animali, mentre la pavimentazione è in tassellato bianco delimitato da due fasce in nero. Nel 2008, a seguito di nuovi scavi sono stati rinvenuti alcuni ambienti non segnalati sulle mappe borboniche, come una scala, un sentiero pedonale, e un giardino con al centro un grosso olmo, oltre a due latrine e diversi ambienti, uno con letto, lavabo e piano di cottura e un altro in cui è stata ritrovata una piccola cassetta contenente una moneta, una spatola e un bottone d'osso

La cucina, posta alle spalle dell'atrio, ha pianta rettangolare e delle notevoli dimensioni: presenta un grosso bancone in muratura su quattro archi, un piano cottura in frammenti laterizi e una grande vasca. Nonostante la poca importanza dell'ambiente e quindi l'assenza di affreschi e di mosaici, le pareti sono infatti rivestite di intonaco grezzo e la pavimentazione in semplice cocciopesto, sono stati ritrovati diversi elementi di interesse come, ad esempio, dei graffiti lasciati dagli schiavi: si nota una nave a remi, dei conti forse della spesa o per i turni, due gladiatori e un poema di 12 righe. Sono collegati alla cucina diversi ambienti di servizio: è presente una stanza che probabilmente fungeva da magazzino e altri ambienti che originariamente dovevano essere delle diaetae, ma che durante l'età flavia, a seguito della costruzione del peristilio, furono rimpicciolite e utilizzate come depositi o come cubicula; a sostegno della tesi che questi ambienti fossero stati delle diaetae sono le loro particolari decorazioni, troppo sontuose per ambienti di servizio: sono infatti pavimentate in tassellato bianco e nero e una decorazione parietale in III stile con zoccolo nero e la parte superiore in giallo ocra.

Gli ambienti termali della villa sono di notevoli dimensioni, hanno una pianta triangolare e si trovano tra l'ingresso e il ciglio della collina: tra questi ambienti e l'atrio è stato ricavato in uno spazio residuo un piccolo viridario protetto da un muro dove si aprono sei ampie finestre: dai resti degli affreschi si deduce che questo era finemente decorato con raffigurazioni di grossi rami pendenti. L'accesso alla zona termale è consentito da un atrio, decorato con rappresentazioni di amorini lottatori e pugili, al quale segue l'apodyterium, il tepidarium, il frigidarium, la palestra e il calidarium: la piscina che si trova nel calidario, il cui accesso è consentito da scalini in pietra, ha una lunghezza di 7 metri, una larghezza di 5 e una profondità di un metro e mezzo. A seguito di ulteriori scavi nella piscina, parte del fondo è stato asportato mettendo in luce una grande fornace in mattoni alimentata da uno schiavo, che la raggiungeva tramite un corridoio sotterraneo, e che riscaldava una grande caldaia in bronzo: questa caldaia è stata asportata nel 1798 da Lord Hamilton per essere trasportata a Londra, ma durante il viaggio la nave su cui fu caricata, la Colossus, rimase vittima di un naufragio. I vapori caldi prodotti dalla caldaia passavano nelle intercapedini delle pareti tramite dei tubi in terracotta, riscaldando tutta la stanza: si suppone che il calidario fosse ricoperto da lastre dimarmo. Dal quartiere termale inoltre partono una serie di rampe che collegano la villa con la zona più pianeggiante a ridosso della costa.

Il grande peristilio è circondato da un lungo porticato con al centro una piscina lunga 36 metri e larga 7, la quale, nella parte terminale, aveva un ninfeo decorato con affreschi raffiguranti Nettuno, Venere e diversi atleti, asportati dai Borbone e conservati al Museo archeologico nazionale di Napoli e al Museo Condè di Chantilly, in Francia. Nel giardino del peristilio erano presenti al momento dell'eruzione dei platani: la certezza è data da studi di archeologi che durante gli scavi hanno analizzato i vari strati vulcanici e hanno trovato le impronte delle radici di questi alberi: proprio come avvenuto per i calchi degli umani, all'interno di queste forme è stato versato del cemento liquido in modo da ottenere il loro calco. Inoltre gli archeologi hanno calcolato che, al momento dell'eruzione, l'età di questi alberi andava dai 75 ai 105 anni. Sul giardino si aprono diverse diaetae affrescate ognuna in maniera differente: la prima è decorata in IV stile pompeiano e sulle pareti si ritrovano raffigurati Perseo con ali ai piedi che mostra la testa di Medusa recisa, un offerente, una musa di spalle con la lira, Ifigenia, una figura nuda e una donna che scopre una pisside, mentre sul soffitto è raffigurata una Nike con in mano la palma della vittoria. In una seconda stanza è raffigurata la storia di Europa rapita dal toro, mentre nella stanza successiva sono presenti frammenti di un dipinto raffigurante un giovane disteso su un triclinio con accanto un'etera.

Altre stanze invece, quelle di rappresentanza, in parte crollate, si aprono sul ciglio della collina, in posizione panoramica: esse avevano un rivestimento di marmo nella parte inferiore ed erano affrescate in quella superiore. Il colonnato, affrescato con zoccolatura nera e riquadri in rosso e ocra e una pavimentazione a mosaico bianco, che nelle bordature nei pressi delle colonne riproduce disegni geometrici in bianco e nero, in un lato forma un emiciclo dove si apre un triclinio.

Villa San Marco è dotata anche di un secondo peristilio, posto nel lato meridionale, forse lungo circa 145, cosà come indicato da studi geofisici realizzati nel 2002 e recuperato in gran parte nel 2008, è caratterizzato da portici sorretti da colonne tortili, purtroppo crollate in seguito al terremoto del 1980: il soffitto del portico è affrescato con diversi dipinti raffiguranti Melpomene, l'Apoteosi di Atena, Ermes psicopompo, la Quadriga del sole con Fetonte e il Planisfero delle stagioni, rinvenuto nel1952 e raffigurante un globo con all'interno due sfere intersecanti e due figure femminili che rappresentano la Primavera e l'Autunno con intorno degli amorini; molto probabilmente poi l'opera era completata dalle figure dell'Inverno e dell'Estate ma la mancanza dei frammenti rende l'interpretazione difficoltosa. In questo peristilio è collocata anche una meridiana: in realtà durante lo scavo questa è stata ritrovata in un deposito in quanto la villa, al momento dell'eruzione, era in ristrutturazione ed è stata successivamente posta nel peristilio.

La domus era una tipologia di abitazione utilizzata nell'antica Roma. Era un domicilio privato urbano e si distingueva dalla villa suburbana, che invece era un'abitazione privata situata al di fuori delle mura della città , e dalla villa rustica, situata in campagna e dotata di ambienti appositi per i lavori agricoli. La domus era l'abitazione delle ricche famiglie patrizie, mentre le classi povere abitavano in palazzine fatiscenti chiamate insulae.

Nell'antica architettura romana si intendeva inizialmente per vestibulum uno spazio sontuosamente costruito fra la strada e la porta d'ingresso delle case di persone ricche. Nel periodo tardo-romano il termine prese a indicare lo spazio fra la porta d'ingresso della casa e l'Atrio. Si trattava di una via di mezzo fra una moderna sala d'ingresso e un porticato. Per entrare nella casa romana (domus) bisognava attraversare il vestibolo prima di entrare nell'atrio

L'atrio nell'architettura è un ampio spazio aperto collocato vicino all'ingresso ad un edificio, in genere ad uso pubblico (civile o religioso) o comunque di rappresentanza. Il termine deriva dal latino atrium. Nell'architettura romana era uno spazio aperto circondato su tre o tutti i lati da portici all'interno della domus.

L'impluvium era una vasca quadrangolare a fondo piatto progettata per raccogliere l'acqua piovana e si trovava nell'atrio in corrispondenza del compluvium, da dove entrava la luce solare che illuminava di riflesso tutte le stanze adiacenti.

L'impluvium era incassato di circa 30 cm al di sotto del piano del pavimento e spesso era collegato ad una cisterna nella quale veniva immagazzinata l'acqua in eccesso, a cui si poteva ricorrere nei momenti di necessità ;

Ilcubicolo (dal latino cubiculum "stanza da letto", dal verbo cubare "giacere, stare distesi") è nella casa romana un piccolo ambiente destinato a camera da letto, generalmente affiancato da altri simili e dislocato intorno all'atrio. Si parla di cubicolo anche per sepolture a camera riservate ad una sola famiglia.

I Lari (dal latino lar(es), "focolare", derivato dall'etrusco lar, "padre") sono figure della mitologia romana che rappresentano gli spiriti protettori degli antenati defunti che, secondo le tradizioni romane, vegliavano sul buon andamento della famiglia, della proprietà o delle attività in generale.

Naturalmente, i più diffusi erano i Lares familiares, che rappresentavano gli antenati. L'antenato veniva raffigurato con una statuetta, di terracotta, legno o cera, chiamata sigillum (da signum, "segno", "effigie", "immagine"). All'interno della domus, tali statuette venivano collocate nella nicchia di un'apposita edicola detta larario e, in particolari occasioni o ricorrenze, onorate con l'accensione di una fiammella.

Le alae erano alcuni ambienti laterali dell'atrio.

Le terme erano composte dall'apodyterium, lo spogliatoio, il calidarium, la piscina dell'acqua calda, il tepidarium, piscina dell'acqua tiepida, per arrivare al frigidarium che aveva l'acqua fredda. Nelle ville più benestanti c'erano anche la bibliotheca, la diaeta, un padiglione per intrattenere gli ospiti ed il solarium, una terrazza che poteva anche essere coperta.

Il triclinio era il locale in cui veniva servito il pranzo nelle case degli antichi romani.

La diaeta era un padiglione per intrattenere gli ospiti ed il solarium.

Un ninfeo è in origine un edificio sacro a una ninfa (da qui il nome), in genere posto presso una fontana o una sorgente d'acqua.Nell'edilizia domestica o residenziale romana, i ninfei erano sale generalmente affacciate sul giardino-peristilio, destinate a banchetti e caratterizzate da un'edicola mosaicata da cui scaturiva l'acqua. Tali edicole potevano essere decorate anche con incrostazioni in spuma di lava e conchiglie

In generale col termine peristilio si indica un giro per lo più ininterrotto di colonne che cingono uno spazio delimitato.

Villa Arianna

Storia

Villa Arianna è la villa d'otium più antica di Stabiae, risalente al II secolo a.C. Essa è situata all'estremità ovest della collina di Varano, in posizione panoramica; occupa un'area di circa 11.000 metri quadrati di cui attualmente scavati e visitabili soltanto 2.500[46]. La prima campagna di scavi fu svolta da Karl Weber tra il 1757 e il 1762 e la villa fu chiamata primo complesso, per distinguerla dal secondo complesso, altra villa d'otium, da cui è separata tramite uno strettissimo vicus: dopo aver staccato le decorazioni di maggior rilievo e aver asportato le suppellettili, la villa fu nuovamente rinterrata. Gli scavi sono ripresi nel 1950 a opera di Libero D'Orsi e fu in tale periodo che la villa fu denominata Arianna per la presenza di una pittura a soggetto mitologico che raffigura Arianna abbandonata da Teseo: D'Orsi effettuò gli scavi di ambienti della villa che si affacciavano sul ciglio della collina, alcuni dei quali andati perduti a seguito di eventi franosi; il lavoro degli archeologi continua ancora oggi e in particolare gli scavi interessano la zona sud e quella del grande peristilio o palestra che è stato riportato alla luce quasi completamente, insieme a nuove camere, colonne e finestre, nel corso del 2008.

Struttura

Villa Arianna, secondo le mappe redatte durante le esplorazioni dei Borbone e da quanto emerso dagli scavi, ha una pianta molto complessa, frutto di continui ampliamenti della struttura e per questioni di comodità viene divisa in quattro sezioni: l'atrio, gli ambienti termali, il triclinio e la palestra.

L'atrio tuscanico, risalente all'età tardo repubblicana, è pavimentato con mosaico bianco-nero e presenta affreschi parietali, solitamente figure femminili e palmette su fondo nero e rosso, che hanno caratteristiche riconducibili al III stile. Al centro dell'atrio è presente un impluvium mentre tutto intorno sono presenti numerose camere: due di queste, poste alle estremità dell'ingresso dell'atrio, conservano stupendi decorazioni che imitano architetture come colonne ioniche che reggono il soffitto a cassettoni appartenenti all'arte tipica del II stile pompeiano. Negli altri cubicula invece sono stati ritrovati gli affreschi più importanti dell'antica Stabiae, tutti asportati in epoca borbonica e oggi conservati al museo archeologico nazionale di Napoli, e raffiguranti del figure mitologiche di Medea, Leda col cigno, Diana, la Flora e la Venditrice di amorini.

Dal fondo dell'atrio si accede a un peristilio quadrato scavato in epoca borbonica ma poi ricoperto e oggi non ancora esplorato.

Il triclinio e gli ambienti circostanti affacciano direttamente sul ciglio della collina e, grosso modo, sono cronologicamente collocabili nell'età neroniana: nel triclinio sono presenti raffigurazioni di storie care alla divinità di Venere come l'affresco rinvenuto il 14 aprile 1950 che fa riferimento al mito di Arianna, abbandonata da Teseo sull'isola di Nasso fra le braccia di Ipno che viene scorta da Dionisio, rappresentato con occhi di falco.

Nella stessa stanza sono presenti anche gli affreschi di Licurgo e Ambrosia, Pilade, Ippolito raffigurato mentre una nutrice gli svela l'amore provato dalla sua matrigna Fedra e Ganimede, rapito dall'aquila per essere portato dinanzi a Giove. Gli ambienti minori intorno al triclinio hanno una colorazione parietale o rossa o gialla e riportano decorazioni minimaliste come amorini, figure volanti, paesaggi e medaglioni con al centro busti di personaggi; uno di questi ambienti ha una particolare decorazione detta a piastrelle: dopo una zoccolatura in rosso, dove sono affrescate figure femminili e amorini, inizia la decorazione con le piastrelle al cui centro sono presenti diverse raffigurazioni che si ripetono ogni quattro fasce: nella prima fascia sono disegnate figure femminili e uccelli, nella seconda fiori e medaglioni, nella terza amorini e uccelli e nella quarta rose e medaglioni, alcune delle quali picchiettate dagli stessi Borbone affinchà© nessun altro potesse impossessarsene.

Nelle vicinanze del triclinio sono presenti due diaetae intercalate da un triclinio estivo: la prima diaeta è decorata con un zoccolatura in giallo dove sono raffigurati diversi paesaggi, una zona mediana bianca che riporta diversi amorini e la predella, sempre bianca, con decorazioni che ricordano mostri marini e paesaggi con pigmei. La seconda diaeta ha un pavimento a mosaico bianco, una zoccolatura in giallo e il resto delle pareti affrescate con candelabri, cavallette, uccelli e farfalle. Nella parte antistante questa zona della villa, sul ciglio della collina, è presente una terrazza con archi e pinnacoli.

La palestra, chiamata anche grande peristilio, è ubicata all'estremità ovest della villa ed è stata aggiunta successivamente alla costruzione, con molta probabilità durante l'età Flavia: si tratta di un'opera lunga 180 metri per 81 di larghezza con oltre centro colonne in opera listata e rivestite di stucco bianco, danneggiate dal terremoto del 1980. Il suo circuito ha la misura di due stadi secondo le misure indicate da Vitruvio per questi tipi di edifici.

Gli ambienti termali sono di dimensioni minori rispetto alle altre ville di Stabiae ma in ogni modo sono presenti un calidarium absidato con vasca, un tepidarium e un frigidarium. Nel 2009 è stato rinvenuto un giardino di grosse dimensioni, precisamente 110 metri di lunghezza per 55 di larghezza, considerato come il miglior conservato al mondo, in quanto sono ancora ben visibili le tracce delle piante presenti al momento dell'eruzione. Numerosi sono anche gli ambienti di servizio come la cucina, una peschiera, una scala in muratura che conduceva al primo piano della villa e una stalla, dove sono stati ritrovati due carretti agricoli, uno dei quali è stato restaurato ed esposto al pubblico: questo carro ha due grosse ruote che superano la cassa ed era fabbricato in ferro e legno cosà come testimoniato da studi approfonditi; inoltre nelle sue immediate vicinanze è stato ritrovato anche lo scheletro di un cavallo con le zampe posteriori alzate, imbizzarritosi per lo spavento causato dall'eruzione, di cui si conosce anche il nome, Repentinus, come riportato da un'incisione nella stalla. Villa Arianna era collegata a una struttura ai piedi della collina, sulla spiaggia, tramite una serie di sei rampe sostenute da archi in muratura.

DINASTIE GIULIO-CLAUDIA E FLAVIA

La dinastia giulio-claudia fu la prima dinastia imperiale romana, che detenne il potere dal 27 a.C. al 68 d.C.

  1. Augusto (27 a.C.-14 d.C.)
  2. Tiberio (14-37 d.C.)
  3. Caligola (37-41 d.C.)
  4. Claudio (41-54 d.C.)
  5. Nerone (54-68 d.C.)

La dinastia flavia fu la seconda dinastia imperiale romana, che detenne il potere dal 69 al 96

  1. Vespasiano (69 - 79)
  2. Tito (79 - 81)
  3. Domiziano (81 - 96)

STILI PITTORICI POMPEIANI

Primo stile

Il primo stile pompeiano è uno dei quattro "stili" della pittura romana. Detto stile strutturale o dell'incrostazione, si colloca nel periodo a partire dall'età sannitica (150 a.C.) fino all'80 a.C.

Questa tecnica pittorica, diffusa sia negli edifici pubblici che nelle abitazioni, imita, utilizzando in alcuni casi anche elementi in stucco a rilievo, il rivestimento delle pareti in opus quadratum e con lastre di marmo, detto crusta, da cui il nome "stile dell'incrostazione".

Le pitture in primo stile si articolano, seguendo una ripetizione fissa, in tre zone:

una fascia superiore decorata con cornici in stucco aggettante.

una fascia mediana, a sua volta tripartita, dipinta con i colori predominanti rosso e nero, ma anche viola, giallo-verdi, imitanti il marmo, il granito o l'alabastro

un plinto o zoccolo, di solito di colore giallo

Le pitture di questo stile contengono anche piccoli elementi architettonici, come ad esempio pilastri per la divisione verticale delle superfici.

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Secondo stile

Il secondo stile pompeiano si colloca nel periodo che va dall'80 a.C. alla fine del I secolo a.C. circa.

In questo tipo di pittura elementi come cornici e fregi con tralci vegetali cominciano ad essere dipinti invece che realizzati in stucco, riproponendo cosà, con abile gioco di colori e ombre, ciò che durante il primo stile si realizzava in rilievo.

Rispetto al primo stile, l'innovazione è fornita dall'effetto di trompe l'oeil che si crea sulle pareti, dove al posto dello zoccolo si dipingono in primo piano podi con finti colonnati, edicole e porte dietro i quali si aprono vedute prospettiche.

In questo periodo nacque anche la figura del paesaggista, che, a Pompei, dipingeva i particolari dei giardini, molto richiesti dai committenti.

Era anche in voga dipingere nature morte con cacciagione insieme a ortaggi e frutta; tali raffigurazioni si spiegano con l'usanza che c'era di inviare agli amici regali costituiti da generi alimentari crudi.

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Terzo stile

Il terzo stile pompeiano si sovrappose al secondo stile ed arrivò fino alla metà del I secolo, all'epoca di Claudio (41-54).

In esso venne completamente ribaltata la prospetticità e la tridimensionalità caratteristiche dello stile precedente lasciando il posto a strutture piatte con campiture monocrome, prevalentemente scure, assimilabili a tendaggi e tappezzerie, al centro delle quali venivano dipinti a tinte chiare piccoli pannelli (pinakes) raffiguranti scene di vario genere. Tipiche sono le ornamentazioni con candelabri, figure alate, tralci vegetali.

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/2/23/Casa_della_farnesina%2C_parete_del_cubicolo_B%2C_30-20_a.c.jpg http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/5/51/Fresco-Boscotrecase.jpg

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/d/de/Oplontis_Caldarium_room8.jpg

Quarto stile

Il quarto stile pompeiano, detto dell' illusionismo prospettico, si affermò in età neroniana e si distingueva dagli altri per l'inserimento di architetture fantastiche e di grande scenicità .

Se gli stili precedenti sono caratterizzati da architetture plausibili, il "quarto stile", invece (cosà come il "terzo stile"), presenta delle architetture improbabili, bidimensionali e puramente decorative.

L'inizio di questo stile è documentabile a Pompei subito dopo il 60 d.C.: gran parte delle ville pompeiane furono infatti decorate con pitture in questo stile dopo la ricostruzione della città a seguito del disastroso terremoto del 62.

Il quarto stile si caratterizza per una grande ricchezza ma nessun elemento nuovo. Si trattò infatti di un revival di elementi e formule decorative già sperimentate in precedenza: tornano di moda, infatti, le imitazioni dei rivestimenti marmorei, le finte architetture e i trompe-l'oeil caratteristici del secondo stile ma anche le ornamentazioni con candelabri, figure alate, tralci vegetali, caratteristici del terzo stile.

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File:Pompeji Casa Dei Vettii Hercules Child.jpg http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/9/99/Herculaneum-Palestra.jpg

OPERE MURARIE ROMANE

L'opera quadrata

L'opera quadrata (opus quadratum) consiste nella sovrapposizione di blocchi squadrati in forma parallelepipeda e di altezza uniforme, che vengono messi in opera in filari omogenei con piani di appoggio continui. In ambito romano la tecnica viene utilizzata già a partire dal VI secolo a.C. L'uso continua anche dopo l'introduzione del cementizio per tutta l'età imperiale, affiancato alle altre tecniche.

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L'opera incerta

L'opera incerta (opus incertum) è una tecnica che riguarda il modo in cui viene realizzato il paramento di un muro in opera cementizia. A Roma e nei dintorni fu utilizzata soprattutto dagli inizi del II secolo a.C. fin poco dopo la metà del I secolo a.C., ma può essere presente anche in epoca successiva in costruzioni private di non grande impegno e per i terrazzamenti.

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L'opera reticolata

L'opera reticolata (opus reticulatum) fu utilizzata soprattutto a partire dalla prima metà del I secolo a.C. Anche dopo l'introduzione dell'opera laterizia se ne continuò l'uso ancora nella seconda metà del II secolo d.C., con ammorsamenti in mattoni sugli spigoli (opera mista o opus mixtum).
Inizialmente la disposizione veniva a creare un irregolare reticolo diagonale sulla superficie della parete ("opera quasi reticolata"), successivamente furono utilizzati cubilia (o tufelli) con base quadrata perfettamente regolare e assolutamente uniformi, che venivano disposti in file regolari con i lati a 45° rispetto alla linea orizzontale. L'effetto finale sulla parete era quello di creare un reticolo regolare disposto in diagonale. Normalmente il paramento veniva quindi rivestito da intonaco, ma in alcuni casi se ne sfruttarono le proprietà decorative(esempi in opera mista ad Ostia antica)

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